Manifestare è un diritto, la violenza è un reato

Written by Avv. Mariateresa Del Ciampo
Roma, Milano, Torino, Bologna e le altre piazze: manifestare è un diritto, la violenza è un reato.
Lo Stato non può arretrare. La Costituzione tutela il dissenso, non la sopraffazione. Dalle violenze nelle piazze alla difesa delle istituzioni: il valore della legalità, il rispetto delle Forze dell’Ordine e l’orgoglio di un Tricolore che deve essere sempre difeso.
Editoriale giuridico-politico, 26 ottobre 2026
Quando la protesta degenera: una questione nazionale
Le immagini provenienti dalle piazze italiane negli ultimi due fine settimana impongono una riflessione seria, che non può essere liquidata attraverso slogan ideologici o contrapposizioni di parte.
Le proteste del 17 e 18 ottobre e le nuove mobilitazioni di sabato 24 ottobre hanno interessato città diverse per dimensioni, motivazioni e gravità degli episodi. Per comprendere ciò che è accaduto occorre ricostruire separatamente le singole piazze: gli scontri documentati non possono essere attribuiti a tutti i manifestanti, né un episodio isolato può essere descritto come un saccheggio generalizzato.
Roma: il Colosseo, il centro e le tensioni verso i palazzi istituzionali
A Roma, sabato 24 ottobre, il dispositivo di sicurezza ha interessato il centro storico, le aree monumentali e le principali direttrici verso le sedi istituzionali. Durante la giornata, una parte dei partecipanti ha raggiunto l’area del Colosseo, con momenti di tensione e controlli nei punti di accesso.
La fase più critica si è verificata in serata presso largo di Santa Susanna, quando il corteo ha tentato di proseguire verso l’area dei palazzi istituzionali. Secondo la cronaca ANSA, dopo il lancio di bottiglie in direzione delle Forze dell’Ordine, la polizia è intervenuta con idranti e lacrimogeni e sono seguite cariche di alleggerimento. La presenza di episodi violenti, pur gravi, non consente di estendere la responsabilità all’intera manifestazione.
Milano: i saccheggi del 17 e 18 ottobre e i controlli del sabato successivo
A Milano, il fine settimana del 17 e 18 ottobre ha visto gravi scene di danneggiamento e saccheggio: nell’area di piazza Duomo, della Galleria Vittorio Emanuele II e delle vie centrali si sono verificati lanci di oggetti contro la polizia, vetrine infrante e assalti ad attività commerciali. La violenza di alcuni gruppi ha costretto negozianti e clienti a cercare riparo e ha prodotto danni al patrimonio pubblico e privato.
Per sabato 24 ottobre, anche alla luce di quanto accaduto, sono stati predisposti presidi rafforzati. Accanto alle Forze dell’Ordine sono stati impiegati militari dell’Esercito in supporto al dispositivo di sicurezza. Due cortei, poi confluiti in un’unica manifestazione con migliaia di partecipanti, si sono svolti senza il ripetersi dei saccheggi della settimana precedente, pur con momenti di tensione in corso Venezia. I controlli e i provvedimenti di polizia di quella giornata vanno tenuti distinti dall’accertamento di reati compiuti durante i cortei.
Torino: dagli sbarramenti in piazza Castello alle barricate nella zona nord
A Torino, la manifestazione contro il riarmo e il carovita è partita nel pomeriggio del 24 ottobre da piazza Castello. Il tentativo di proseguire verso via Po ha incontrato gli sbarramenti della polizia, con momenti di forte tensione e cariche di alleggerimento. Il corteo si è successivamente diretto verso il settore nord della città, mentre alcuni gruppi hanno cercato nuovamente di superare i blocchi e tornare verso il centro.
Nelle zone di corso Vigevano e piazza Baldissera si sono registrati lanci di bottiglie e altri oggetti, barricate e interventi con lacrimogeni. Le attività di prevenzione e controllo hanno impegnato Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza.
Le cronache hanno riferito anche del ferimento di due finanzieri, confermato da una comunicazione del sindacato Silf ripresa da ANSA. Le indagini sulle singole condotte restano distinte dal diritto di coloro che hanno partecipato pacificamente al corteo.
Bologna: scontri prolungati, barricate, vetrine infrante e negozio assaltato
A Bologna, in particolare, la manifestazione di sabato 24 ottobre ha assunto proporzioni ben più gravi di un semplice momento di tensione. Secondo la ricostruzione diffusa dalla Questura il giorno successivo, circa tremila persone si sono inizialmente radunate in piazza del Nettuno. Il corteo è poi partito attorno alle 17.30 e gli scontri sono proseguiti per circa quattro ore.
Nell’area di piazza dei Martiri alcuni partecipanti hanno lanciato bottiglie e petardi verso gli operatori. Le Forze dell’Ordine sono intervenute con cariche di alleggerimento e idranti. Nel corso della serata sono state allestite barricate e incendiati cassonetti.
Gli incidenti non hanno riguardato soltanto il confronto con gli agenti. Sono stati danneggiati un autobus, vetrine e bancomat. In via Rizzoli è stata infranta la vetrina del negozio Nike e, secondo le cronache locali, alcuni giovani incappucciati hanno sottratto capi d’abbigliamento.
Il bilancio comunicato dalla Questura il 25 ottobre indica 24 appartenenti alle Forze dell’Ordine feriti, cinque dei quali con prognosi tra dieci e trenta giorni. Tre persone sono state arrestate e otto denunciate; circa settecento sono state identificate e trenta accompagnate negli uffici di polizia per accertamenti.
Sono stati necessari anche numerosi interventi sanitari. Arresti, denunce e identificazioni non equivalgono a condanne: le responsabilità devono essere accertate individualmente. La gravità di quanto accaduto non autorizza a identificare l’intero corteo con chi ha commesso violenze. Proprio questa distinzione consente di condannare con fermezza le condotte illegali senza delegittimare il diritto costituzionale alla protesta pacifica.
Firenze: tensioni a ponte Santa Trinita e tramvia interrotta
A Firenze, il 24 ottobre, il corteo ha attraversato il centro e si è fermato sul ponte Santa Trinita, dove le Forze dell’Ordine hanno impedito l’accesso verso via Tornabuoni. Si sono registrati contatti tra alcuni manifestanti e gli agenti, con lancio di oggetti e interventi di contenimento della polizia.
Più tardi, una parte dei partecipanti si è spostata verso l’area della stazione di Santa Maria Novella: in via Valfonda circa cinquanta persone hanno occupato i binari della tramvia, interrompendo il servizio. Dopo l’intervento degli operatori il gruppo si è allontanato. Anche qui occorre distinguere la partecipazione pacifica dalle singole condotte che hanno determinato interruzioni o tensioni.
Padova: il tentativo di raggiungere la stazione e l’intervento degli idranti
A Padova, un corteo di alcune centinaia di persone ha attraversato la città nel pomeriggio del 24 ottobre. Dopo la conclusione della manifestazione, una parte dei partecipanti si è diretta verso la stazione ferroviaria, tentando di raggiungerla prima dall’ingresso principale e poi da una via laterale.
Secondo il resoconto ANSA delle 20:15, il gruppo è stato respinto dalla presenza delle Forze dell’Ordine; l’impiego degli idranti ha fatto desistere i manifestanti. Quattro giovani sono stati condotti in questura per accertamenti. Quel resoconto non riferiva scontri con gli agenti: non è quindi corretto descrivere questo specifico episodio come un saccheggio o una devastazione.
Il primo bilancio nazionale diffuso dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza per sabato 24 ottobre riportava 4.292 persone identificate, nove arresti, 87 denunce e 371 persone accompagnate o fermate presso gli uffici di polizia per accertamenti, tra cui 110 minorenni. Si tratta di un bilancio iniziale, da distinguere dagli aggiornamenti locali successivi.
Sono dati che devono essere interpretati correttamente, senza attribuire automaticamente responsabilità penali a chi è stato soltanto identificato o sottoposto ad accertamenti.
Ma sono anche il segnale di una situazione che impone attenzione e responsabilità.
Non tutte le manifestazioni sono state violente. Non tutti coloro che sono scesi in piazza possono essere accomunati a chi ha commesso atti illeciti.
La distinzione è giuridicamente necessaria.
Altrettanto necessaria è, tuttavia, una presa di posizione inequivocabile: nessuna rivendicazione politica, economica o sociale può giustificare aggressioni, devastazioni o saccheggi.
Manifestare è un diritto costituzionale. La violenza non lo è.
Da avvocato, ritengo indispensabile richiamare il fondamento costituzionale della libertà di manifestazione.
L’articolo 17 della Costituzione italiana riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. L’articolo 21 garantisce la libertà di manifestazione del pensiero.
Sono principi fondamentali dell’ordinamento repubblicano, espressione di una democrazia che riconosce nel pluralismo politico e sociale un valore irrinunciabile.
Un cittadino può contestare il Governo, criticare il Parlamento, opporsi a una decisione politica, chiedere migliori condizioni economiche o denunciare un’ingiustizia sociale.
Può farlo anche attraverso forme di protesta particolarmente incisive, purché rispettose delle disposizioni legislative e dei diritti altrui.
La libertà di manifestare non è una concessione dello Stato. È un diritto costituzionale.
Ma proprio perché si tratta di un diritto fondamentale, non può essere trasformato in uno strumento di sopraffazione.
La Costituzione tutela la manifestazione pacifica, non l’aggressione. Non riconosce il diritto di scagliare pietre contro un agente, distruggere beni pubblici, saccheggiare negozi o terrorizzare cittadini estranei ai cortei.
Le eventuali condotte criminose devono essere valutate secondo le disposizioni del Codice penale e sulla base delle responsabilità individuali.
Gli articoli 336 e 337 del Codice penale disciplinano, in presenza dei relativi presupposti, la violenza o minaccia a pubblico ufficiale e la resistenza a pubblico ufficiale.
A seconda dei fatti concretamente accertati, ulteriori comportamenti possono integrare ipotesi di lesioni personali, danneggiamento o altri reati contro la persona, il patrimonio e la pubblica amministrazione.
Il punto giuridico è inequivocabile. Non esiste un diritto costituzionale alla violenza politica.
Chi manifesta pacificamente esercita un diritto. Chi aggredisce, devasta o saccheggia pone in essere condotte che devono essere accertate e sanzionate secondo la legge.
Confondere queste due realtà significa compromettere la credibilità dello stesso diritto di manifestazione.
Le Forze dell’Ordine e il valore dello Stato democratico
In un contesto così complesso, ritengo doveroso esprimere un riconoscimento convinto alle donne e agli uomini della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, insieme agli altri operatori che hanno contribuito alla sicurezza delle città.
Troppo spesso, nel dibattito pubblico, le Forze dell’Ordine vengono considerate esclusivamente attraverso le immagini degli interventi di contenimento.
Si dimentica ciò che precede quelle immagini.
Si dimenticano le ore di servizio, le attività preventive, i controlli, la necessità di valutare rischi in continua evoluzione e la responsabilità di proteggere contemporaneamente manifestanti, residenti, commercianti e passanti.
Soprattutto, si dimentica che dietro ogni uniforme vi è una persona.
Un uomo o una donna che ha scelto di svolgere una funzione pubblica e che, in occasioni come queste, può trovarsi esposto a rischi concreti.
Le Forze dell’Ordine non rappresentano una parte politica contrapposta ai manifestanti. Sono chiamate a garantire la sicurezza e a consentire che il diritto di protesta si eserciti nel rispetto della legalità.
È proprio questo il significato più alto della loro funzione in uno Stato democratico.
Chi indossa una divisa non è il nemico di chi manifesta. È un servitore della Repubblica, chiamato a tutelare anche la libertà di chi lo contesta.
Gli agenti della Polizia di Stato, i militari dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza concorrono, nell’ambito delle rispettive competenze, alla tutela della sicurezza e della legalità.
Una distinzione tecnico-giuridica è però necessaria: la direzione, la responsabilità e il coordinamento tecnico-operativo dei servizi di ordine e sicurezza pubblica spettano al questore, ai sensi dell’articolo 14 della legge 1° aprile 1981, n. 121. La Polizia di Stato assume quindi un ruolo centrale nel dispositivo e nei servizi diretti dai funzionari di pubblica sicurezza; l’Arma dei Carabinieri opera nel quadro delle proprie attribuzioni; la Guardia di Finanza concorre al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, come prevedono l’articolo 16 della stessa legge e l’articolo 6 del d.lgs. 19 marzo 2001, n. 68.
I contingenti, anche quando organizzati in squadre e reparti con responsabili dedicati, operano nell’ambito della direzione unitaria del servizio, senza che la diversa consistenza numerica o il diverso titolo d’impiego riducano la dignità e il valore del contributo di ciascun Corpo.
L’attività svolta nei dispositivi di prevenzione e controllo non può essere considerata marginale.
La prevenzione rappresenta spesso la parte meno visibile, ma più importante, del lavoro delle istituzioni.
Quando un intervento impedisce che una manifestazione degeneri, quando un controllo consente di evitare un’aggressione o quando un presidio contribuisce a proteggere cittadini e attività commerciali, si realizza un risultato concreto a tutela della collettività.
Per questo, l’impegno degli operatori nelle piazze italiane merita rispetto e riconoscenza.
Aggredire chi rappresenta lo Stato non è una forma di dissenso
Vi è un principio che non dovrebbe essere oggetto di interpretazioni ideologiche.
L’aggressione a un appartenente alle Forze dell’Ordine non può essere trasformata in un gesto di eroismo politico.
Lanciare pietre, bottiglie o altri oggetti contro gli operatori impegnati nei servizi di ordine pubblico non costituisce una forma più intensa di partecipazione democratica.
È un comportamento che mette in pericolo l’incolumità delle persone e che, nei casi previsti dalla legge, assume rilevanza penale.
Gli episodi registrati a Torino, con il ferimento di due finanzieri, confermano quanto possa essere concreto il rischio affrontato dagli uomini e dalle donne in uniforme.
Non vi è alcuna conquista sociale nel ferire un agente.
Non vi è alcuna battaglia per la libertà nel distruggere una vetrina.
Non vi è alcun progresso civile nel mettere in pericolo la sicurezza delle città.
Quando la protesta degenera nella violenza, il primo risultato è proprio quello di oscurare le ragioni di chi manifesta pacificamente.
E a pagare le conseguenze sono spesso cittadini che nulla hanno a che vedere con la contestazione politica.
Commercianti costretti a chiudere le attività, lavoratori impossibilitati a raggiungere il posto di lavoro, famiglie preoccupate per la propria sicurezza, residenti costretti a convivere con il rischio di danneggiamenti.
Non si può sostenere di voler difendere i diritti sociali e, contemporaneamente, calpestare i diritti degli altri.
La legalità non può essere considerata un ostacolo alla giustizia. Ne costituisce un presupposto fondamentale.
La responsabilità della politica: fermezza senza strumentalizzazioni
Le manifestazioni di Roma, Milano, Torino, Bologna e delle altre città sollevano una questione che va ben oltre l’ordine pubblico: interrogano direttamente la responsabilità della politica.
La condanna della violenza dovrebbe essere un principio condiviso, indipendente dall’appartenenza ideologica di chi manifesta.
Non possono esistere violenze accettabili perché commesse da gruppi politicamente vicini e violenze inaccettabili soltanto quando provengono da soggetti appartenenti allo schieramento opposto.
La legalità non può essere intermittente.
Anche quando le piazze si accendono in prossimità di passaggi politicamente delicati, parlare di una “regia” esterna è un’ipotesi da verificare e non una conclusione automatica. I fatti documentati, le responsabilità personali e l’eventuale strumentalizzazione politica devono rimanere piani distinti.
Il Governo ha il dovere di garantire sicurezza, prevenzione e strumenti adeguati per contrastare le condotte illecite.
Le opposizioni hanno il diritto di criticare l’operato dell’Esecutivo e di vigilare sul rispetto delle libertà costituzionali.
Entrambi, tuttavia, devono riconoscere la necessità di distinguere la protesta pacifica dagli atti violenti. Il dissenso democratico deve essere tutelato. La violenza deve essere contrastata.
Questo principio non dovrebbe appartenere a una maggioranza o a un’opposizione.
Dovrebbe appartenere alla cultura istituzionale della Repubblica.
È necessario, inoltre, evitare che il dibattito sull’ordine pubblico si trasformi in una delegittimazione generalizzata delle Forze dell’Ordine.
Si possono discutere singole decisioni operative, contestare provvedimenti e richiedere verifiche su interventi specifici.
Ma la critica deve essere fondata sui fatti e non può diventare un attacco indiscriminato a chi indossa un’uniforme.
Allo stesso modo, il sostegno agli operatori non deve tradursi nella negazione delle garanzie costituzionali.
Uno Stato autorevole è uno Stato nel quale la forza pubblica agisce nei limiti della legge, secondo criteri di necessità e proporzionalità, ed eventuali responsabilità individuali vengono accertate con rigore.
La fermezza nella difesa della legalità e il rispetto delle garanzie costituzionali non sono principi contrapposti. Sono entrambi indispensabili allo Stato di diritto.
La sicurezza è un diritto di tutti i cittadini
Il dibattito sulle manifestazioni tende spesso a concentrarsi sul rapporto tra dimostranti e Forze dell’Ordine.
Ma le città appartengono a tutti.
Appartengono a chi manifesta e a chi sceglie di non farlo. Appartengono ai commercianti, ai lavoratori, agli studenti, agli anziani e alle famiglie.
Anche costoro hanno diritti che devono essere rispettati.
Il diritto di svolgere la propria attività, di circolare liberamente e di vivere gli spazi pubblici senza essere esposti a pericoli ingiustificati.
Quando vengono distrutte vetrine o danneggiati mezzi pubblici, non si colpisce necessariamente un simbolo del potere.
Si colpiscono attività economiche, lavoratori e beni destinati all’intera collettività.
Quando si aggrediscono gli operatori impegnati nella tutela dell’ordine pubblico, si mette in pericolo la loro integrità personale e si ostacola una funzione essenziale per la sicurezza comune.
Lo Stato non può rinunciare a proteggere questi diritti.
Ma deve farlo attraverso strumenti legittimi, proporzionati e sottoposti al controllo della legge.
La sicurezza non è un privilegio. È una condizione essenziale affinché ogni cittadino possa esercitare concretamente le proprie libertà.
Una democrazia che non riesce a garantire il diritto di manifestare è una democrazia incompleta.
Ma altrettanto incompleta è una democrazia che non riesce a proteggere i cittadini dalla violenza.
Giovani in piazza: rivendicazioni, pretesti e responsabilità
Le vicende di Milano, Torino e Bologna sollevano un interrogativo che non si può evitare: che cosa spinge alcuni giovanissimi ad avvicinarsi a una manifestazione? Accanto a studenti e cittadini mossi da convinzioni sincere, può inserirsi chi cerca soltanto lo scontro, il danneggiamento o l’occasione per rubare. Nel linguaggio corrente si ricorre talvolta all’etichetta “maranza”; ma un’etichetta sociale non è una categoria giuridica, non descrive tutti i ragazzi presenti e non sostituisce l’accertamento individuale delle condotte.
È importante che chi partecipa conosca le ragioni della mobilitazione: il carovita, le condizioni della scuola, gli affitti. Sono temi differenti, tutti degni di attenzione, ma una rivendicazione acquista forza quando chi la sostiene ne comprende davvero le cause, le conseguenze e le possibili soluzioni. Scendere in strada per imitazione o per il solo gusto di essere contro rischia di svuotare il dissenso del suo significato democratico.
Il carovita è un problema reale, che coinvolge anche i giovani economicamente sostenuti dalle famiglie. Tuttavia, proprio chi non lavora e non affronta ancora direttamente spese fisse, bollette e responsabilità familiari dovrebbe interrogarsi con serietà sul peso concreto delle parole che usa. Non basta ripetere uno slogan: occorre capire che cosa comportino un mutuo, un affitto, il mantenimento dei figli e la gestione quotidiana di un bilancio familiare.
Per chi percepisce circa 1.500 euro al mese può essere difficile arrivare alla fine del mese, soprattutto in città con costi abitativi elevati, e questa difficoltà non va derisa. Ma ogni situazione richiede di conoscere le spese, il contesto e le responsabilità di chi parla. Esistono anche famiglie che, con redditi più bassi, affrontano sacrifici enormi per crescere i figli e pagare un mutuo: la loro fatica non si traduce per questo nella pretesa di devastare una città.
Sul tema della scuola, locali in condizioni precarie, doppi turni e spazi inadeguati non sono accettabili e nessuno dovrebbe considerarli normali. Il primo obiettivo resta studiare, prepararsi, costruire attraverso l’istruzione una possibilità per il futuro.
Lo studente ha dunque il dovere di studiare, ma conserva pienamente il diritto di chiedere scuole sicure e dignitose. La critica non è rivolta a chi rivendica edifici migliori o un’istruzione più giusta: è rivolta a chi trasforma tali ragioni in un pretesto per attaccare le Forze dell’Ordine o per distruggere ciò che appartiene alla collettività. Le carenze delle istituzioni meritano denuncia e risposte; non legittimano aggressioni o saccheggi.
Mimare una pistola davanti a un agente, sputare, rivolgere insulti come “servi” o ostentare un’aggressività fine a sé stessa, quando tali comportamenti si verificano, non significa conoscere la storia delle lotte civili. Significa sostituire l’argomento con l’intimidazione. L’età di chi compie questi gesti non autorizza a minimizzarli, così come non autorizza a generalizzare contro un’intera generazione, né contro le ragazze o i ragazzi che partecipano pacificamente.
È legittimo chiedersi se, soprattutto nei periodi politicamente sensibili, movimenti e gruppi organizzati cerchino di orientare o strumentalizzare i più giovani. Ma affermare che i manifestanti siano “pilotati”, o che gli scontri siano stati organizzati in vista di elezioni, richiede riscontri precisi: non è una circostanza che possa essere data per accertata sulla sola base di impressioni. Proprio un’analisi politica seria deve separare le responsabilità provate dai sospetti e dalla propaganda.
La sfida educativa e istituzionale è, allora, duplice:
- insegnare il valore dello studio, del lavoro e della responsabilità
- garantire che chi vuole manifestare pacificamente non veda la propria voce sequestrata da chi cerca la violenza.
La comprensione del disagio non elimina la responsabilità individuale; il rispetto della legalità non cancella la libertà di critica.
L’autorità dello Stato non è contraria alla libertà: ne è una garanzia
La vera forza di una democrazia non consiste nella capacità di reprimere il dissenso.
Consiste nella capacità di garantire le libertà senza consentire che esse vengano trasformate in strumenti di sopraffazione.
Lo Stato deve saper ascoltare le proteste, anche quando sono particolarmente dure.
Deve consentire ai cittadini di esprimere opinioni critiche nei confronti del Governo e delle istituzioni.
Ma deve anche intervenire quando vengono posti in essere comportamenti che minacciano la sicurezza delle persone e l’ordine pubblico.
La libertà di manifestazione e l’autorità legittima non sono necessariamente in contraddizione. La seconda, se esercitata secondo la legge, può rappresentare una garanzia per la prima.
Per questo ritengo necessario riconoscere pienamente il valore del servizio svolto dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza.
La loro presenza sul territorio, l’attività di prevenzione, il controllo delle situazioni di rischio e la capacità di intervenire nelle circostanze più difficili costituiscono elementi fondamentali della tutela della collettività.
Uno Stato che chiede ai propri operatori di garantire la sicurezza deve assicurare loro formazione, risorse, mezzi e adeguate condizioni di lavoro.
Deve sostenerli istituzionalmente.
Deve proteggerne la dignità professionale.
Deve pretendere da ciascuno il pieno rispetto della legge.
Perché il rispetto dell’autorità non nasce dalla paura.
Nasce dalla consapevolezza che le istituzioni operano al servizio dei cittadini.
Conclusioni: l’onore delle uniformi, il rispetto della Repubblica e l’orgoglio del Tricolore
Le vicende di Roma, Milano, Torino, Bologna e delle altre città italiane devono ricordarci che la democrazia non è soltanto un sistema di diritti.
È anche un sistema di responsabilità.
La Costituzione garantisce la libertà di manifestare, ma non riconosce alcun diritto alla devastazione, alla violenza o alla sopraffazione.
Difendere la libertà significa anche impedire che essa venga compromessa da chi pretende di imporre le proprie idee attraverso la forza.
Da avvocato, considero la tutela delle garanzie costituzionali e il rispetto delle Forze dell’Ordine due espressioni dello stesso principio: la difesa dello Stato di diritto.
Ed è proprio alle donne e agli uomini della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, insieme a tutti gli operatori che quotidianamente concorrono alla sicurezza del Paese, che desidero rivolgere un elogio sincero e convinto.
A coloro che affrontano servizi impegnativi, situazioni di pericolo e responsabilità spesso invisibili agli occhi dell’opinione pubblica.
A coloro che, nelle piazze italiane, sono chiamati a mantenere un equilibrio difficile tra la tutela del diritto di manifestazione e la protezione della sicurezza collettiva.
A coloro che indossano un’uniforme consapevoli che essa rappresenta non un privilegio personale, ma un dovere verso la Repubblica.
Il loro impegno merita rispetto, gratitudine e riconoscenza.
Non soltanto quando l’opinione pubblica assiste a episodi di particolare gravità.
Non soltanto quando un agente o un militare viene ferito nell’adempimento del proprio dovere.
Ma ogni giorno.
Perché dietro ogni divisa esistono sacrificio, responsabilità, disciplina e senso del servizio.
E perché la dignità di chi rappresenta le istituzioni non dovrebbe mai diventare oggetto di contrapposizione politica.
Esiste, infine, un simbolo che più di ogni altro racchiude il significato della nostra identità nazionale.
È il Tricolore.
Quel verde, bianco e rosso che appartiene a tutti gli italiani, indipendentemente dalle loro opinioni politiche, dalle convinzioni personali o dalle differenti visioni della società.
Il Tricolore non appartiene a un Governo. Non appartiene a un partito. Non appartiene a una maggioranza né a un’opposizione.
Appartiene alla Repubblica italiana e a tutti i suoi cittadini.
Rappresenta la storia del nostro Paese, i principi costituzionali, le libertà conquistate, il sacrificio di coloro che hanno servito le istituzioni e il vincolo di appartenenza a una comunità nazionale.
È la bandiera sotto la quale operano donne e uomini che hanno scelto di dedicare la propria professione al servizio dello Stato.
Una bandiera che richiama non soltanto l’orgoglio nazionale, ma soprattutto il dovere di custodire i valori della Costituzione.
Difendere il Tricolore significa difendere la libertà di pensiero, la legalità, la dignità della persona, la sicurezza e il rispetto delle istituzioni democratiche.
Significa riconoscere che l’amore per il proprio Paese non si esprime attraverso la violenza, ma attraverso la responsabilità.
Significa comprendere che si può contestare duramente una scelta politica senza mettere in discussione il rispetto dovuto alle istituzioni della Repubblica.
E significa ricordare che la forza di una Nazione non si misura soltanto nella capacità di far rispettare le proprie leggi, ma anche nella capacità di proteggere i diritti e le libertà di tutti.
Alle donne e agli uomini della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza va dunque il mio più convinto riconoscimento per il servizio prestato al Paese, per il coraggio dimostrato nelle situazioni di pericolo e per il quotidiano impegno nella difesa della legalità.
Il rispetto per le loro uniformi è rispetto per la funzione che esercitano e per le istituzioni che rappresentano.
L’orgoglio per il Tricolore è l’orgoglio di appartenere a una Repubblica fondata sulla Costituzione, nella quale diritti e doveri devono convivere.
Non vi è autentico patriottismo senza rispetto della legge.
Non vi è autentica libertà quando prevale la violenza.
Non vi è autentico senso dello Stato senza riconoscenza verso coloro che, ogni giorno, sono chiamati a servirlo.
Il Tricolore deve essere difeso sempre.
Non contro chi esprime pacificamente il proprio dissenso, ma contro ciò che minaccia la libertà, la legalità e la convivenza democratica.
Perché la bandiera italiana non è soltanto un simbolo da esporre nelle ricorrenze solenni.
È un patrimonio comune, una responsabilità collettiva e un impegno verso le generazioni future.
Onore a chi serve la Repubblica. Rispetto per chi indossa un’uniforme. Orgoglio per il nostro Tricolore.
SEMPRE
Avv.to Dott.ssa Mariateresa Del Ciampo