Francia in crisi del debito, Italia sotto pressione

Written by Dott.ssa Francesca Romanelli
Francia in crisi del debito, Italia sotto pressione: il confronto che smentisce la propaganda
La Francia sta affrontando una crisi finanziaria sempre più evidente. Nel 2025 il debito pubblico francese ha raggiunto il 115,6% del PIL, mentre il deficit è rimasto al 5,1%. L’Italia presenta invece un debito più elevato, pari al 137,1% del PIL, ma ha registrato un deficit del 3,1% e un indebitamento netto in riduzione per il quinto anno consecutivo (insee.fr).
Il confronto deve quindi essere corretto: l’Italia non ha il debito “sotto controllo” in senso assoluto, perché il suo rapporto debito/PIL è superiore a quello francese. Tuttavia, oggi Roma mostra una maggiore disciplina sul deficit annuale, mentre Parigi continua a spendere molto più di quanto incassa. La vera differenza non è soltanto la quantità del debito, ma la capacità di fermarne la crescita.
La politica di Macron e il costo del finanziamento
La politica economica francese, anche sotto la presidenza Macron, ha mantenuto una struttura caratterizzata da spesa pubblica elevata, deficit persistenti e riforme spesso rinviate o indebolite dal conflitto sociale. Il risultato è che lo Stato deve ricorrere sempre più frequentemente al mercato per finanziare il proprio bilancio.
Quando i tassi d’interesse aumentano, il problema diventa più grave: una parte crescente delle entrate fiscali deve essere destinata al pagamento degli interessi, sottraendo risorse a sanità, sicurezza, investimenti e riduzione delle imposte. La Commissione europea considera il ritorno del debito francese su una traiettoria discendente una delle principali difficoltà del Paese (economy-finance.ec.europa.eu).
L’Italia, pur partendo da un debito più alto, ha oggi un deficit più contenuto. La Banca d’Italia segnala tuttavia che nel 2025 il rapporto debito/PIL è aumentato di 2,4 punti, soprattutto per l’effetto dei crediti fiscali edilizi e del differenziale tra costo medio del debito e crescita economica (bancaditalia.it).
Il salario minimo non basta a premiare il merito
Il salario minimo può proteggere chi rischia di essere pagato troppo poco, ma non può diventare l’unico strumento della politica salariale. Se viene usato senza una vera crescita della produttività, della formazione e della contrattazione, rischia di trasformarsi in un tetto mascherato: molti salari finiscono per concentrarsi appena sopra il minimo, indipendentemente da esperienza, responsabilità e risultati.
Una politica fondata soltanto sull’aumento del minimo legale può comprimere le differenze verso il basso e penalizzare il merito. Il lavoratore qualificato rischia di ricevere un riconoscimento economico troppo vicino a quello di chi svolge mansioni iniziali. Il problema non è garantire una soglia dignitosa, ma impedire che quella soglia diventi il riferimento massimo per milioni di lavoratori.
La Francia applica lo SMIC, il salario minimo legale. Nel 2025 il valore netto mensile indicativo per un lavoro a tempo pieno era di circa 1.426 euro, dopo i contributi sociali specifici (urssaf.fr).
La proposta di Italia 2.0: quattro punti di detassazione
Italia 2.0, attraverso la sua fondatrice Dott.ssa Francesca Romanelli, propone una detassazione di quattro punti sul lavoro dipendente, con l’obiettivo di aumentare direttamente il reddito netto e rendere conveniente il lavoro qualificato.
La proposta dovrebbe essere accompagnata da tre condizioni:
- riduzione effettiva del cuneo fiscale;
- tutela dei salari più bassi;
- premi fiscali e contrattuali per competenze, produttività e responsabilità.
In Italia il cuneo fiscale sul lavoratore medio senza figli è stato pari al 45,8% del costo totale del lavoro nel 2025, contro una media OCSE del 35,1%. Il dato comprende imposta sul reddito e contributi sociali sia del lavoratore sia del datore di lavoro (oecd.org).
Le aliquote IRPEF ordinarie sono oggi del 23% fino a 28.000 euro, del 35% tra 28.000 e 50.000 euro e del 43% oltre 50.000 euro, prima di detrazioni e addizionali regionali e comunali (agenziaentrate.gov.it).
Un esempio concreto
Supponiamo un lavoratore con:
- stipendio lordo mensile: 2.000 euro;
- stipendio lordo annuo: 24.000 euro;
- contributi previdenziali a carico del lavoratore: circa 180 euro al mese;
- IRPEF e addizionali, al netto delle detrazioni: importo variabile in base alla situazione personale.
Il netto può collocarsi indicativamente tra 1.550 e 1.650 euro al mese, a seconda delle detrazioni e delle addizionali locali. Con una riduzione di quattro punti percentuali applicata alla retribuzione lorda, il beneficio teorico sarebbe di circa 80 euro al mese. Il lavoratore potrebbe quindi ricevere circa 80 euro netti in più al mese, pari a quasi 1.000 euro l’anno, se la misura fosse strutturata come effettiva riduzione del prelievo sul lavoro.
È importante precisare che i quattro punti non possono essere recuperati automaticamente dalle multinazionali: servirebbe una norma precisa contro evasione, elusione, trasferimento degli utili e uso improprio dei prezzi infragruppo. L’idea di Italia 2.0 è introdurre un addebito diretto o un meccanismo automatico di riscossione nei confronti dei grandi gruppi che realizzano profitti in Italia ma dichiarano imponibili minimi. Questa è una proposta politica, non una realtà già applicata.
La sfida: meno tasse sul lavoro, più responsabilità per le grandi imprese
La riduzione del cuneo fiscale non dovrebbe essere finanziata da nuovo debito. Dovrebbe derivare da:
- recupero dell’evasione e dell’elusione;
- imposizione effettiva degli utili prodotti in Italia;
- revisione delle agevolazioni inefficienti;
- riduzione degli sprechi nella spesa pubblica;
- contrasto alle società che trasferiscono artificialmente i profitti all’estero.
La Francia dimostra che un welfare molto costoso, se non sostenuto da crescita e disciplina di bilancio, può trasformarsi in una crisi del debito. L’Italia dimostra invece che un deficit più controllato non basta quando il debito accumulato resta enorme.
La proposta della Dott.ssa Francesca Romanelli e di Italia 2.0 punta a spostare il peso fiscale dal lavoro produttivo verso chi dispone di maggiore capacità finanziaria e organizzativa per contribuire. La priorità dovrebbe essere una: premiare chi lavora, investe e produce, senza finanziare la riduzione delle tasse con altro debito pubblico.