Ott 7, 2026 | Articoli | 0 commenti

Femminicidio

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​Il femminicidio non è un semplice omicidio descritto con una parola diversa. È l’uccisione di una donna quando il delitto nasce dall’odio, dal controllo, dal possesso, dalla prevaricazione o dal rifiuto della sua libertà e della sua autodeterminazione.

Per questo è necessario tutelare l’articolo 577-bis del codice penale, introdotto dalla legge 2 dicembre 2025, n. 181. La norma riconosce che alcune uccisioni sono il punto finale di una violenza fondata sul genere: violenza domestica, persecuzione, controllo della partner, vendetta dopo una separazione o punizione per aver detto “no”. (normattiva.it)

La novità non stabilisce che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Stabilisce, invece, che il diritto deve saper riconoscere il movente e il contesto del delitto. La legge, infatti, non punisce automaticamente ogni omicidio di una donna come femminicidio: richiede la presenza di specifiche finalità, come odio, discriminazione, possesso, dominio o limitazione della libertà individuale. (cortedicassazione.it)

Anche la Corte di Cassazione ha sottolineato l’importanza di leggere questi crimini all’interno del cosiddetto ciclo della violenza, evitando di presentare la gelosia, la rabbia o la separazione come giustificazioni. In diverse pronunce la Suprema Corte ha riconosciuto che un omicidio può essere l’esito di anni di sopraffazione e di una volontà di controllo, non di un improvviso “raptus”. (osservatoriofamiglia.it)

Chi propone di abolire il reato di femminicidio sostiene spesso che sarebbe sufficiente parlare soltanto di omicidio. Questa posizione ignora però una realtà evidente: la violenza contro le donne non è casuale né neutra. Molti delitti maturano dentro relazioni segnate da minacce, isolamento, maltrattamenti, stalking e controllo. Cancellare la specificità del fenomeno significherebbe rendere nuovamente invisibile proprio ciò che la legge deve saper riconoscere.

È legittimo discutere l’efficacia tecnica di una norma e chiedere che venga applicata nel rispetto del giusto processo. Non è invece accettabile trasformare ogni critica in un pretesto per negare la violenza di genere. Dire che il femminicidio “non esiste”, che si tratta sempre di semplice gelosia o che le vittime avrebbero provocato il proprio aggressore significa riprodurre gli stessi stereotipi che alimentano la violenza.

La tutela non si realizza soltanto con pene più severe. Servono prevenzione, educazione al rispetto, centri antiviolenza finanziati, protezione tempestiva per le vittime e una magistratura capace di riconoscere i segnali di pericolo. Tuttavia, uno strumento giuridico che nomina il fenomeno è indispensabile: ciò che non viene riconosciuto rischia di non essere prevenuto.

Difendere l’articolo 577-bis significa difendere il diritto di ogni donna a vivere senza essere considerata proprietà di qualcuno. Significa affermare che nessuna separazione, nessun rifiuto e nessuna scelta personale possono diventare una condanna a morte. Abolire questa norma, o negare l’esistenza della violenza di genere, non rafforzerebbe l’uguaglianza: indebolirebbe la protezione delle vittime e cancellerebbe la responsabilità culturale e politica della società.

Per questo ha scelto Italia 2.0 un partito di DONNE PER LE DONNE

Dott.ssa Michela Antonelli